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Padre Elio nacque a Sezze Romano (Italia) il 30 novembre 1923. Entrò nel noviziato di Ivrea nel 1939 e fece la professione il 22 settembre 1940. Dopo la teologia e l’ordinazione sacerdotale, avvenuta a Nago il 20 aprile del 1947, assieme ad altri 7 confratelli Oblati partì missionario in America Latina. Rimase in Argentina sino alla fine degli anni novanta, accompagnando le attività pastorali ed educative della Congregazione in tutte le comunità di Buenos Aires e di Rio Quarto. Per alcuni anni, dal 1970, fece anche il cappellano militare. Il 20 aprile 1997 festeggiò il cinquantesimo della sua ordinazione sacerdotale.

Nel maggio del 1998 dalla Provincia argentina venne ufficialmente trasferito in Italia, dove fu accolto presso la comunità di S. Elena. Già a quel tempo manifestava infatti i segni di una demenza senile, tipo Alzheimer, che poi si è aggravata nel corso degli anni.

Fra il 2003/2004 fu trasferito alla comunità di San Vittorino, dove venne seguito con attenzione da tutta la comunità. La persona addetta alla sua persona ebbe il suo bel da fare per evitare che il Padre si allontanasse dalla casa e vagasse per le zone dintorno.

Successivamente, le condizioni di salute divennero sempre più gravi, costringendolo a rimanere a letto e fino a ridurlo ad uno stato semi-vegetativo, anche se alla apparenza appariva vigile, in cui doveva essere accudito in tutto come un bambino in fasce.

In questo stato rimase per circa sette anni, assistito sempre con costanza, efficienza e amore.

I parenti, in particolare la sorella e la nipote, venivano periodicamente a trovarlo, non facendogli mancare l’affetto ed il calore familiare.

Nell’ultima visita canonica del nostro Rettor Maggiore tutta la comunità si raccolse intorno al suo letto ed abbiamo immortalato questo momento in una foto, che manifesta come, anche se ridotto in tale stato, il P. Abbenda sia stato sentito fino all’ultimo parte essenziale della nostra famiglia religiosa.

MOrì nelle prime ore del giorno 18 dicembre 2012; i suoi funerali si svolsero il giorno seguente nel Santuario di N. S. di Fatima in San Vittorino.

Nacque a Monchiero (Alba), il 27 aprile 1806, entrò in Congregazione a Santa Chiara il 9 novembre 1831, essendo già sacerdote. Ricevette l’abito il 20 novembre 1831 ed emise la professione il 10 giugno 1832. Morì a Boves (Cuneo) il 13 febbraio 1874, all’età di 68 anni; è sepolto nel cimitero di Boves.

P. Abbona è stato giustamente definito da P. Claretta: ‘il più grande missionario Oblato’. Aveva altri due fratelli sacerdoti: don Luigi (†1875), parroco di Bomano, e don Giovanni († 1889), parroco di Scaletta Uzzone. Egli, dopo alcuni anni passati alla Morra (Alba) come vice curato, entrò in Congregazione, accolto da P. Reynaudi, Rettor Maggiore. Il 30 luglio 1838 fu eletto Consultore generale. Il 7 giugno 1839, mentre stava predicando a Locarno, in Svizzera, ricevette la lettera in cui gli si comunicava che era destinato alla Missione di Ava e Pegù (Birmania), insieme a Padre Vincenzo Martino Bruno, nativo di Massè (Ivrea). Un anno dopo, il 22 luglio 1839, partiva con altri sei Oblati per la missione in Birmania, che allora era un impero indipendente. In terra di missione raccolse numerose e illustri conversioni mentre si dedicava alla realizzazione di opere grandiose e durature: un seminario indigeno, una tipografia per edizioni in lingua inglese e birmana, un ospedale, una scuola in cui egli stesso insegnò lingua birmana e italiana, la costruzione della cattedrale a Mandalay, e di altri edifici tra cui il palazzo imperiale, tutti in stile europeo e italiano. Fu geografo, astronomo, esploratore. L’inizio delle ostilità con l’Inghilterra verso il 1856 influì negativamente anche sulla missione cattolica. P. Abbona e altri missionari furono imprigionati, ma un caso provvidenziale lo restituì presto alla libertà e al suo lavoro missionario. Un dispaccio cifrato del governo inglese alla sua ambasciata di Mandalay era stato intercettato dalla polizia birmana, ma nessuno era in grado di decifrarlo. Fu presentato a P. Abbona che promise di spiegare l’arcano ma solo se fosse stato rimesso in libertà. Come realmente avvenne. Da allora in poi egli divenne il favorito dell’imperatore che lo nominò consigliere di corte, carica della quale egli si servì per l’incremento della missione cattolica e a favore del governo piemontese. Fu un abile mediatore tra Inglesi e Birmani in delicate missioni diplomatiche, tanto da meritare nel 1856 a Calcutta l’ospitalità di Lord Canning, Viceré delle Indie Britanniche. In quanto consigliere di corte, ebbe frequenti contatti epistolari con Vittorio Emanuele II e con il conte di Cavour. A quest’ultimo P. Abbona scrisse per richiedere, da parte dell’imperatore, anche l’invio di alcuni vitigni di uva bianca piemontese, alla cui selezione collaborò il conte stesso, in qualità di agronomo e di ex ministro dell’agricoltura. In altra occasione, il conte di Cavour ordinò a Stoccarda i migliori strumenti di idraulica, di ottica, di astronomia per spedirli alla corte birmana.

Venuto in Italia nel 1856, il 21 dicembre P. Abbona fu designato ufficialmente da Vittorio Emanuele II, su consiglio di Lord Palmerston, quale Plenipotenziario d’Italia in Birmania e cavaliere dell’Ordine Mauriziano; nel 1863 fu nominato ufficiale dello stesso Ordine e, nel 1869, commendatore della corona d’Italia. In pratica egli era facente-funzione di ambasciatore d’Italia in Birmania. In qualità di plenipotenziario del Re di Sardegna e dell’Imperatore di Birmania preparò il trattato di amicizia e collaborazione, siglato nel 1871 fra i due paesi. Nel 1856, P. Abbona incontrò personalmente Cavour e Pio IX a cui offrì l’omaggio dell’imperatore. Come esploratore e geografo aprì le comunicazioni con Cina e Tibet (strada di Bammò).

L’imperatore birmano, pur stimando altamente l’Abbona e favorendolo come meglio poteva nel suo lavoro apostolico, non arrivò mai a una conversione al cristianesimo a causa della sua poligamia, che impedì molte altre innovazioni. Nel 1873 l’Abbona accompagnò in Italia il figlio dell’imperatore e tre altri principi in viaggio di studi in Europa. In quell’occasione li condusse anche a Monchiero, sua città d’origine, dove vivevano ancora i suoi cinque fratelli, e a Fossano, dove avvenne l’incontro col capitano Felice Prinetti, futuro Oblato di Maria Vergine.

Terminata la sua missione e riportati i principi birmani in patria, l’Abbona tornò definitivamente in Italia. Nel febbraio 1874 si era portato a Boves, patria di P. Isnardi e del P. Enrici, ma colto improvvisamente da malore, dopo breve malattia, morì e fu sepolto nel cimitero locale.

Un necrologio contemporaneo lo definisce ‘Onore d’Italia nelle più remote contrade dell’Asia e grandemente benemerito della civiltà cristiana ed insieme del decoro e dell’utile della nostra nazione e dell’impero birmano’.

Un altro necrologio lo paragona al cardinal Lavigerie (1825-1892), prestigioso missionario del tempo; e il commendatore Cristoforo Negri, suo amico e collaboratore in Birmania, arriva a paragonare il Massaia (1809-1889) all’Abbona – non il contrario! – ‘Anche in Massaia, come in Abbona, io trovai unite in sommo grado le virtù di missionario e l’affetto alla patria’.

Nel 1987 il parroco di Monchiero, don Andrea Bernocco, ha contributo a tener viva la memoria di P. Abbona provvedendo a pubblicare le ricerche di P. Paolo Calliari “Una gloria di Monchiero P. Paolo Abbona”. Nel 1997 viene intitolata a P. Abbona la piazza più grande del paese. In occasione del 200° anniversario della nascita, nel mese di novembre 2006 l’Associazione ‘Immagine per il Piemonte’ ha curato un convegno in suo onore “Padre Paolo Abbona, missionario, diplomatico, esploratore in Asia. Dal Piemonte alla Birmania”. Il convegno prevedeva celebrazioni in ambienti diversi: nell’Archivio di Stato a Torino, nel paese di Monchiero e nel duomo di Torino. Il convegno ha visto il contributo di 12 studiosi e la testimonianza di una suora birmana che ha espresso la riconoscenza del popolo birmano e del suo istituto per gli Oblati e per P. Abbona. In quest’occasione è stato creato un annullo postale speciale ritraente il viso di P. Abbona e sono state pubblicate delle cartoline, una delle quali riproduce un ritratto, prima sconosciuto in Italia, edito dalla British Library.

Certamente la pubblicazione degli Atti del Convegno contribuirà a far conoscere questo grande Oblato di Maria Vergine che con il suo carisma ci parla ancora oggi.

Fonti:
‘Una gloria di Monchiero’, Paolo Calliari omv, 1987.
Archivio OMV; Bibl. Ateneo Religioso, settimanale cattolico di Torino, agosto-settembre 1874; id. aprile 1877; Bollettino parrocchiale di Monchiero (Alba), ottobre 1940, 155. Articolo di “La Stampa”, 27 novembre 2006. P. Andrea Brustolon in “Oblati nel mondo”, aprile 2006 e gennaio 2007.

Nacque il 2 luglio 1921 a Pinerolo, città che vide svolgersi le tappe principali della sua vita riportate qui di seguito: entrò in comunità nel 1937; fece la vestizione l’8 settembre 1937; emise la professione l’11 settembre 1938 e quella perpetua il 12 luglio 1942; fu ordinato sacerdote da Mons. Gaudenzio Binaschi, il 31 marzo 1945. Morì il 7 agosto 1980, all’età di 59 anni a Pinerolo, nel cui cimitero fu sepolto nella tomba della Congregazione.

Di intelligenza aperta, fu per diversi anni addetto all’insegnamento e alla direzione dei nostri studenti. Buon musicista e organista, curò molto la liturgia e lo svolgimento delle funzioni sacre. Si rese benemerito anche nell’ordinamento dell’archivio generale e nella raccolta di notizie storiche riguardanti la Congregazione.

E’ stato consultore generale, capitolare in diverse occasioni, superiore della comunità di Pinerolo, maestro dei novizi e prefetto dei chierici, redattore del Direttorio per la recita delle ore, redattore di Myriam. Egli fu “un vero certosino in casa, e un araldo apostolo fuori!”. P. Ajme esercitò il suo prezioso ministero nelle case di Rovereto e di Pinerolo, lavorò specialmente nelle case di formazione dove ha ricoperto l’importante ufficio di assistente dei chierici. Predicò parecchie missioni e corsi di esercizi spirituali a istituti, clero, suore e chierici… dappertutto fu molto apprezzato per la sua spiritualità e per la vasta cultura. Ma dove la sua figura di maestro, asceta e di Oblato venne maggiormente definendosi e imponendosi fu a Pinerolo. Stimato e amato dal Vescovo e da tutto il clero era di grande aiuto e sostegno; consigliere formidabile di tutti: Vescovo, sacerdoti, suore, chierici.

Godeva di una larga e profonda simpatia tra tutti i ceti sociali. Lascia dietro di sé una scia di esempi luminosi ed edificanti. La Congregazione deve molto a lui, ed è difficile dire di quale virtù non sia stato esempio: d’una pietà schietta e profonda, tenera ed insieme forte, d’una pazienza inesauribile e inalterabile, d’una dolcezza che tutti attraeva e che gli conquistava simpatie ovunque egli andasse.

Amava tanto e faceva amare la liturgia e la musica gregoriana anche perché dotato di un raro talento musicale. Ammirevole il senso dell’umiltà e della pietà, del nascondimento, della ritiratezza. Preghiamo Dio che ci dia altri, molti uomini simili a lui.

P. Ezio Bergamo in L’Oblato, settembre 1980

Nato a Carignano (Torino) il 19 maggio 1810, fu battezzato il giorno seguente; entrò in Congregazione il 25 maggio 1834; fece la vestizione il 5 agosto 1834; emise la professione (con dispensa di 6 mesi di noviziato) il 15 agosto 1836. Morì a Nizza il 2 luglio 1879, all’età di 69 anni.

Passò la maggior parte della sua vita nella missione di Ava e Pegù, per la quale era partito il 9 luglio 1842 e dove rimase fino al 1863, eccetto un breve intervallo di due anni, dal 1852 al 1854. Il suo umile lavoro fu di grande aiuto ai primi missionari Oblati nel non facile campo del loro lavoro apostolico.

Nato a Sommaria Bosco (Cuneo), il 13 settembre 1858, entrò in Congregazione il 4 novembre 1884. Ricevette l’abito il 18 giugno 1882 ed emise la professione il 22 maggio 1884. Morì a Chiavari il 19 maggio 1936, a 78 anni.

Passò più di 50 anni in Congregazione in qualità di sacrestano nella casa dell’Annunziata a Nizza e, dopo la sua espulsione dalla Francia, a Carignano. Già vecchio e malato si ritirò nella casa di Chiavari, dove finì i suoi giorni a 78 anni. A lui si deve se, nel 1902, la massima parte dei paramenti e degli oggetti sacri della chiesa di Nizza poté essere salvata e trasportata nelle case d’Italia.

Il settimanale cattolico ‘LA SVEGLIA’ di Chiavari pubblicava il suo necrologio con queste parole: “Umile, pio, attivissimo, zelante per il decoro del tempio e delle sacre funzioni, instancabile nel servizio dei confratelli… Non un lamento sulle sue labbra, non una parola meno ispirata alla vita di pietà e al suo grande amore per il bene”.

Nel breve necrologio apparso su L’OBLATO si legge: “Apparteneva ancora a quella vecchia schiera di Fratelli Coadiutori nostri che avevano avuto da P. Lanteri un’impronta speciale di viva pietà e di soda formazione religiosa”.

Bibl. OBLATO, marzo 1936, 6.

Nacque a Caramagna (Cuneo), il 14 maggio 1824; entrò a Santa Chiara, Pinerolo, il 6 agosto 1839; nella stessa chiesa ricevette l’abito il 25 agosto 1839; emise la professione il 30 agosto 1840; fu ordinato sacerdote alla Consolata il 2 agosto 1847; morì a Torino, alla Consolata, il 29 aprile 1851 all’età di 27 anni; è sepolto nella cripta della Consolata.

P. Alessio è un altro giovane Padre Oblato che faceva sperare molto di sé, ma morì a 27 anni, dopo appena quattro anni di Messa. Studioso di filosofia e di teologia, si specializzò anche in letteratura. Scrisse diversi articoli a carattere religioso e apologetico per alcuni giornali e riviste. Si era dato per tempo anche allo studio dell’inglese, probabilmente con l’intenzione di recarsi in missione, e lo parlava assai correttamente tanto da poter comporre dei versi in inglese oltre che in italiano. Malgrado un tormentoso mal di testa che lo accompagnò sempre, era di carattere gioviale e scherzoso con tutti. Dovendo fare un giorno un discorso nella chiesa della Consolata – l’episodio fu ricordato per molti anni in comunità, per questo lo ricordiamo qui – aveva preparato bene e imparato a memoria il testo della predica, anzi aveva pregato un compagno che gli stesse vicino col foglio in mano e intervenisse in caso di necessità. Disgrazia volle che sul più bello, l’oratore si arenò e tutti gli sforzi del suggeritore per rimetterlo in carreggiata non riuscirono a nulla. Con molto stento il predicatore si rimise in moto e portò il suo discorso fino alla fine.

“È necessario che i superbi siano umiliati – disse appena sceso dal pulpito – Sia benedetto il Signore che ha voluto così!”.

Molto amico dei Padri Michele Bocco e Luigi Dadesso, ne imitava le virtù e la regolarità. In vista dell’introduzione della causa di beatificazione di P. Bocco, P. Alessio aveva cominciato una biografia del Bocco, destinata alle stampe, ma questa rimase incompiuta a causa della morte di P. Alessio. E’ ora conservata manoscritta nell’archivio degli Oblati. Una seconda biografia del Bocco fu iniziata dal P. Pietro Gastaldi, anche quella è rimasta incompiuta e inedita.

Ammalatosi di infiammazione intestinale, che in breve si dimostrò incurabile, morì alla Consolata dove era maestro di cerimonie. Sulla sua tomba i confratelli vollero scritto questo epitaffio:

Spiritu prompto sed carne plerumque infirma integritate vitæ zelo animarum præclaro ingenio effulgens. (“Di spirito pronto ma di carne il più delle volte inferma, risplendeva per integrità di vita, zelo delle anime e ingegno preclaro”).

P. Avvaro, Rettor Maggiore disse di lui: “Giovane di molto ingegno, perdendo il quale, la Congregazione nostra fece una perdita alquanto lagrimevole!”

Bibl. L’Alessio tradusse dal francese: ‘La libertà e la religione nei loro rapporti”, pubblicato da Marietti; alcuni articoli su ‘L’Armonia’ del teologo Margotti, molto apprezzati per il contenuto e per lo stile.

Nacque a San Secondo a Pinerolo 17 giugno 1819 ed entrò in Congregazione il 19 settembre 1835. Fu ammesso alla vestizione il 4 novembre 1835 ed emise la professione il 16 ottobre 1836. Morì alla Consolata a Torino, il 7 febbraio 1840, all’età di 20 anni. È sepolto nella cripta della Consolata.

Era nipote per parte di madre di P. Giuseppe Delfino, Oblato di Bricherasio, per il cui influsso era entrato in Congregazione.

Aveva già ricevuto gli Ordini Minori quando una caduta gli procurò un’indisposizione fisica dalla quale non si poté più riprendere. Messo a letto il 1 gennaio 1840, non si rimise mai. Il 4 febbraio sottoscrisse la sua ‘scrittura di schiavitudine’ alla Madonna, usando le stesse parole di P. Lanteri (aggiungendo ai Santi, ivi nominati, San Lorenzo, suo patrono). Durante la malattia fu di edificazione a tutta la comunità. P. Enrico Simonino, predicando una missione a Scodello (Vercelli), lo raccomandò alla preghiera dei fedeli.

Sulla sua tomba alla Consolata, i confratelli scrissero ‘Morto della morte dei giusti’.

Nacque a Chieri (Torino), il 12 febbraio 1818. Entrato in Congregazione il 24 ottobre 1835, fece la vestizione il 21 novembre 1835, ed emise la professione il 21 novembre 1836. L’ordinazione sacerdotale avvenne a Torino, il 21 maggio 1842. Morì il 26 dicembre 1882, a Khiantaron (O Chanthaywa), Birmania, dove si trova ancora la sua tomba.

Pochi mesi dopo la sua ordinazione sacerdotale, P. Andreino partì, il 9 luglio 1842, per la missione in Birmania, dove passò tutta la sua vita. Era molto stimato da P. Paolo Abbona, dopo la morte del quale fu nominato Pro Vicario Apostolico. Fu anche il quarto superiore della missione. Le benemerenze di questo coraggioso missionario apostolico si leggono nella storia della nostra missione in Birmania.

Suo fratello Giovanni, console italiano a Mandalay, e lì residente con la sua famiglia, ospitò sempre a casa sua gli Oblati, quando erano di passaggio nella capitale. Nel 1877 P. Stefano Rossi, Rettor Maggiore, rese partecipe dei beni spirituali della Congregazione, questo grande benefattore.

Nato l’8 aprile 1931 a Roma. Prese i primi voti come Oblato di Maria Vergine il 12 settembre 1951. Ordinato sacerdote il 2 febbraio 1958. Morto il 23 maggio 2022 ad Hawaiian Gardens, California, USA.

Vincenzo Antolini era nato nel 1931, figlio di Giuseppe Antolini e Salutina Loreto. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il padre di Vincenzo fu disperso. Stretto insieme a sua madre nel loro piccolo appartamento, Vincenzo visse il bombardamento di Roma. Quando gli appartamenti sopra e di fianco furono distrutti e l’appartamento degli Antolini fu risparmiato, Vincenzo cominciò a riflettere sulla preziosità della vita e cominciò a pensare alla sua chiamata al sacerdozio e alla vita religiosa. Ricordando quel tempo, Vincenzo disse che ha parlato al Signore in preghiera, dicendo: “Dopo tutti problemi che abbiamo, non so perché sono vivo. Mi consacro a te, Gesù. Voglio andare in seminario per essere un prete.” Vincenzo entrò in seminario all’età di 14 anni. Prese i primi voti nel 1951 e fu ordinato nel 1958.

In una video-intervista che rilasciò nel 2002, Vincenzo ricordava i suoi primi anni come prete, mandato missionario in Brasile. Per prepararsi al viaggio, Vincenzo desiderava ricevere una croce missionaria dalle mani del Papa in una grande cerimonia per missionari. Un ufficiale vaticano disse a Vincenzo lui non era strettamente parte di una congregazione missionaria e che quindi non poteva partecipare. Con un po’ di humor, Vincenzo ricordò di aver ignorato l’ufficiale, di essersi intrufolato nella fila e di aver ricevuto la sua croce missionaria dalle mani di Papa Giovanni XXIII.

Vincenzo, a 27 anni fu mandato in Brasile, dove fece il suo ministero nella parrocchia di São Paulo Apostolo a Curitiba. Là costruì una chiesa, una scuola e un seminario. Dopo di che fondò una missione a Manaus, in Amazzonia.

Dato che sempre più americani si univano agli Oblati negli anni ’70, a Vincenzo fu chiesto di andare a Boston, dove il Cardinal Medeiros ci aveva offerto il santuario di St. Clement con annessa residenza che poteva essere usata come seminario. Arrivò a Boston nel 1976 con pochi soldi. Fu presto fondata la comunità OMV al Santuario St. Clement e, nel 1978, fu aperto il Seminario di Our Lady of Grace.

L’anno seguente, nel 1979, Vincenzo fu uno dei primi Oblati mandati ad Alton, Illnois a visitare personalmente la parrocchia di St. Patrick e determinare se vi erano condizioni favorevoli per partire con una nuova fondazione. Sebbene Vincenzo non fosse mai stato assegnato ad Alton, la sua breve visita diede inizio ad una presenza OMV in quella cittadina sul fiume che dura da oltre quant’anni.

E ancora, nel 1979, Vincenzo andò in California dove iniziò una nuova Comunità OMV. In 1987, divenne il primo pastore a fondare la parrocchia di St. Peter Chanel ad Hawaiian Gardens, vicino a Los Angeles.

Nel 1991, fu assegnato al servizio come direttore della casa per ritiri ad Amery, Wisconsin. Ritornò in Italia per un po’ e a metà degli anni ’90 andò sia in Romania che in Messico, facendo varie attività ministeriali e cercando vocazioni.

Alla fine ritornò a Boston e servì nello staff della Cappella di Saint Francis nel centro commerciale “Prudential Center”. In aggiunta al ministero della confessione così come alla regolare celebrazione delle Messe già previste, Vincenzo aggiunse al programma, delle messe serali durante la settimana, offrendole in diverse lingue: spagnolo, italiano, francese e portoghese, venendo così incontro alle necessità della eterogenea popolazione di Boston.

Tornò alla parrocchia di St. Peter Chanel ad Hawaiian Gardens, dove passò il resto della sua vita. E’ morto serenamente il 23 maggio 2022 all’età di 91 anni, circondato dai suoi confratelli. La messa funebre ha avuto luogo alla chiesa di St. Peter Chanel, dopo di che il confratello Oblato che si era preso a lungo cura di Vincenzo, Dave Yankauskas, OMV, ha accompagnato il feretro nel suo viaggio a Boston per un’ultima messa alla casa per ritiri St. Joseph’s e la sepoltura al Milton Cemetery a Milton, MA.

Nel 2018, durante le celebrazioni per il suo 60° anniversario di Ordinazione, Vincenzo si è guardato indietro, ricordando la sua vita, e ha detto:

“Ho sempre cercato di fare la volontà di Dio. In una situazione che mutava, ho sempre visto la volontà di Dio che mi guidava. Nostra Signora di Guadalupe e Nostra Signora di Fatima mi hanno molto aiutato. So che non merito tutte le grazie che Dio mi ha dato. Essere sempre entusiasta (non saltando sempre su e giù) ma sempre entusiasta della mia vocazione. Sono stato sempre contento di essere sacerdote, di essere un Oblato di Maria Vergine. Non ho mai dubitato della mia vocazione.

“Ecco perché penso che il Signore Gesù mi abbia protetto sempre: durante il bombardamento di Roma, nella mia missione in Brasile e qui a Boston. Ho sentito l’aiuto del Signore, l’amore del Signore.

“Sono grato e, nello stesso tempo titubante, perché non sono un santo, sono un peccatore. Vorrei essere migliore, ma sono qui comunque. E vi auguro una buona salute. E vi auguro una buona salute e di essere entusiasti sempre. Grazie per avermi ascoltato.”

Nacque il 4 giugno 1915 a Lonato (Brescia) da una famiglia contadina. Entrò in Congregazione a Chiavari il 7 agosto 1933, ricevette l’abito a Pinerolo l’8 settembre dello stesso anno. Emise la professione semplice il 9 settembre 1934 e quella perpetua il 10 settembre 1937, sempre a Pinerolo. L’ordinazione sacerdotale avvenne a Pisa il 20 settembre 1941 per le mani di Mons. Gabriele Vittori.

Si dedicò alla predicazione e alle confessioni nelle diverse comunità a cui fu destinato, sovente come vice-parroco, a Torino, Carignano, Pantelleria, Barga, Pisa, Teramo, S. Elena, Morimondo.

Morì a Morimondo il 23 gennaio 1991. P. Avigo è stato d’esempio per la sua dedizione religiosa e apostolica.

Nacque a Bricherasio, San Michele, il 7 luglio 1860 e fece ingresso in Congregazione il 13 settembre 1881. Ricevette l’abito il 12 marzo 1882, a Nizza ed emise la professione a Torino, San Francesco, il 19 maggio 1884. Morì a Pisa il 3 agosto 1941, all’età di 81 anni. Fu sepolto a Pisa, cimitero di Cisanello.

Era nipote del padre Avvaro Giovanni Antonio Junior, Rettor Maggiore dal 1889 al 1907 (e morto il 15 agosto 1907). Passò una ventina d’anni a Nizza come sacrestano e nel 1903, espulsi gli Oblati dalla Francia, collaborò con Fratel Giuseppe Alessio per salvare e far trasportare in Italia oggetti e paramenti sacri in maggior numero possibile. Fratel Francesco fu tra i primi collaboratori di P. Prinetti e di P. Pechenino nell’apertura della casa di S. Jacopo a Pisa. Dopo un periodo passato a Carignano in qualità di sacrestano, tornò a Pisa ormai vecchio e inabile e vi morì a 81 anni, dopo una lunga e fastidiosa malattia.

Di carattere alquanto difficile – nota P. Pechenino – aveva però una pietà soda, un’intuizione pratica, senso della regolarità e lavoratore assiduo.

Nato a Bricherasio, San Michele (Pinerolo) il 23 luglio 1834; entrò a Santa Chiara il 22 gennaio 1853; fece la vestizione a Santa Chiara il 24 febbraio 1853; emise la professione nella stessa chiesa il 22 ottobre 1854; fu ordinato sacerdote ad Alberga da Mons. Viale, il 21 settembre 1861. Fu eletto Rettor Maggiore nel 1888; morì a Nizza, San Ponzio, il 15 agosto 1907, all’età di 74 anni; fu sepolto nel cimitero di St. Barthélemy, Nizza, nella tomba della Congregazione.

E’ nipote del padre Avvaro Antonio (1793-1856), detto Senior, che fu Rettor Maggiore dal 1836 al 1856, per distinguerlo dal quale è detto Junior, ed è a sua volta zio di Fratel Francesco Avvaro (1860-1941). La “professione” che fece il 22 ottobre 1854 insieme con i novizi Giovanni Battista Murisengo (1835-1912) e Giovanni Antonio Trucchi (poi uscito), nelle mani del maestro dei novizi P. Stefano Rossi (1819-1888), era un semplice “giuramento” ad tempus e questo a causa del pericolo di essere chiamati alle armi e arruolati nell’esercito piemontese, allora in guerra con l’Austria.

Padre Avvaro da giovane si diede alla predicazione delle missioni popolari. Fu Consultore generale e più volte Rettore negli anni più burrascosi della nostra storia. Alla morte del Rettor Maggiore P. Stefano Rossi (1888), dopo una laboriosa votazione, fu prescelto a succedergli. Di ottime qualità, di profondo spirito religioso, di intenso amore per la Congregazione, gli mancò forse l’energia e il coraggio che in quelle circostanze anormali sarebbero stati necessari per l’Istituto che si trovava già abbastanza avviato sulla via della ripresa.

Ebbe a soffrire grandi dispiaceri, specialmente per la chiusura delle due case di Nizza, la confisca dei beni e la visita apostolica del 1905. Egli, per un antico privilegio concesso al tempo dell’annessione di Nizza alla Francia (1860), restò fino alla morte nella casa di San Ponzio, ormai proprietà del demanio, e fu così l’ultimo Oblato a lasciare quella casa. Dopo la visita apostolica rimase ancora in carica, per quanto ammalato e quasi inabile, sostituito dal padre Claudio Toesca come Vicario Generale, che nel 1907 gli successe come Rettor Maggiore.

Nacque a Bricherasio, San Michele, il 16 marzo 1793 ed entrò già sacerdote a Santa Chiara, in Pinerolo, il 1 gennaio 1833. Fece la vestizione il 17 gennaio 1833 ed emise professione il 19 gennaio 1834. Fu eletto Rettor Maggiore a Pinerolo il 10 novembre 1836; morì a Torino, alla Consolata, il 17 agosto 1856, all’età di 63 anni, fu sepolto nella cripta della Consolata.

Quando il Teologo Avvaro entrava in Santa Chiara il 1 gennaio 1833, all’età di 40 anni, non era un personaggio sconosciuto ai primi Oblati. Già collaboratore di Mons. Bigex e di Mons. Rey, si era distinto per la competenza non comune in teologia e in filosofia, e nel governo della diocesi di Pinerolo. Fu pro-vicario generale e canonico teologo della cattedrale. Amministratore di P. Lanteri, amico del Reynaudi e del Loggero, saliva spesso a Santa Chiara e da tempo coltivava l’intenzione di essere dei loro. Professo nel 1834, fu subito impegnato in uffici di governo. Rettore della Consolata nel 1836, dopo la crisi e l’improvvisa uscita di Congregazione del Rettor Maggiore P. Reynaudi, fu scelto a succedergli. Essendo professo da soli due anni, fu necessario chiedere alla Santa Sede la sanatoria di otto anni, che fu facilmente accordata. Governò la Congregazione per 20 anni (1836 – 1856), che si possono dividere in due epoche: nei primi dodici anni – fino al 1848 – continua lo sviluppo che la Congregazione aveva conosciuto sotto il governo del suo predecessore, P. Reynaudi, gli ultimi otto furono invece di inarrestabile declino. Appartengono al primo periodo l’apertura delle missioni in Birmania, l’apertura della casa dell’Annunziata a Nizza e di Livorno Vercellese, l’aumento delle vocazioni – quasi un centinaio in dieci anni, dovute soprattutto alla testimonianza e all’opera di P. Reynaudi – il fiorire di una forte spiritualità e la riorganizzazione della disciplina interiore dell’Istituto. Padre Avvaro non aveva il dono della parola ma in compenso seppe dare, attraverso le molte lettere circolari, sapienti norme e consigli pratici.

Fu uomo di governo, ma nel secondo periodo che va dal 1848 al 1856, ebbe molto a soffrire non solo a causa della persecuzione esterna da parte del governo liberal-massonico che aveva dichiarato guerra alla Chiesa e agli ordini religiosi, ma anche, e soprattutto, per le defezioni di confratelli carissimi e collaboratori preziosi, tra i quali si ricordano i padri Giovanni Tomatis, procuratore generale, e Davide Emanuelli, consultore generale, sui quali egli aveva fatto sempre grande assegnamento, e il senso di sfiducia generale che per questa strana situazione si era infiltrato nell’animo di molti confratelli. Risale a questo periodo la perdita delle comunità del Piemonte che portarono, per mancanza di soggetti e di mezzi, alla dolorosa rinuncia della presenza degli Oblati in terra di missione.

Scrive P. Agostino Valentini: “P. Avvaro dovette dunque affrontare gli effetti delle leggi governative sugli Istituti religiosi, fra i quali furono erroneamente compresi gli Oblati di Maria Vergine, che in realtà a quel tempo non erano un Istituto religioso, ma una Congregazione di sacerdoti secolari. Fra coloro che si erano adoperati per arrivare a un chiarimento della situazione giuridica della Congregazione, purtroppo c’era anche Padre Avvaro, che poi dovette subirne le conseguenze. Il Calliari parla del Padre Avvaro come di ‘uomo di governo’, perché a suo giudizio avrebbe introdotto in Congregazione la ‘riorganizzazione della disciplina’, e cita in proposito la sua ‘Lettera circolare sull’obbedienza’ del 1846, vero monumento di ascetica scritta per il decennio della sua elezione a Rettor Maggiore: in essa si vede quanto l’Avvaro avesse penetrato lo spirito della Congregazione.

A giudicare dall’incapacità dimostrata nel comprendere gli avvenimenti di quel periodo – continua P. A. Valentini, e le persone che vi erano coinvolte, verso le quali manifestò grande insensibilità, c’è da dubitare della fondatezza di questi giudizi. Del resto è noto che non aveva il dono della parola, né la capacità di ascolto. Resse l’Istituto affidandosi alla diffusione di molte lettere circolari, ma trascurando di curare i rapporti umani con i confratelli. Anche nel ministero non aveva il dono della parola, per cui si dedicò di preferenza al confessionale essendo molto ricercato come direttore spirituale”.

Continua P. Calliari: Era uomo di grande scienza e di grande pietà. Aveva una memoria formidabile. Mons. Bigex, vescovo di Pinerolo, soleva dire che se noi perdessimo il testo della Sacra Scrittura, la si ritroverebbe tutta nella memoria del teologo Avvaro. Studiava continuamente, specializzandosi soprattutto in filosofia e teologia. Si diceva che sapesse a memoria molta parte della Somma Teologica. Assiduo al confessionale, dove passava mattinate intere, era molto apprezzato come direttore spirituale. Il canonico Pietro Caffaro, storico della chiesa pinerolese, che lo conobbe personalmente, lo definisce “un uomo nel quale non sapevi ammirare qual più, se la santità della vita, o la profondità delle sacre scienze, o la semplicità veramente infantile”.

Bibl. P. CAFFARO, Notizie e documenti della chiesa pinerolese, V, Pinerolo 1903, 152; F. GIORDANO OMV, Necrologio in AOMV, inedito.

Nato a Sapri (Salerno), il 16 febbraio 1920, ricevette l’abito l’8 settembre 1936 a Pinerolo, dove emise anche la prima professione il 12 settembre 1937 e quella perpetua a Pisa il 17 marzo 1941. Fu ordinato sacerdote il 3 giugno 1944. Giovane sacerdote, arrivò in Argentina con P. Cremonti, il 26 marzo 1947 e doveva passarvi tutta la sua vita.

Iniziò nella parrocchia di Santa Rita essendo superiore e parroco P. Leone Torresani, il suo compito era seguire i ragazzi del cortile, come faceva a Pisa con P. Bussetti. In agosto fu inviato a Fraj Marcos con P. Severino Torresani. Essendosi chiusa questa comunità nel febbraio del ’48, tornò in Argentina a San Roque, poi a Juarez, Santa Rita, a San Roque con gli Scouts che in quel periodo crebbero di numero. Gli fu affidata poi la San Vincenzo, le Missioni e gli Esercizi di Sant’Ignazio al popolo. Nel 1950 andò a Santa Rita come missionario, essendo superiore P. Canoniero; si dedicò a missioni della durata di due mesi ciascuna, viaggiando a dorso di mulo. In novembre e in dicembre del 1952 operò nelle missioni di Tinogasta e di Palo Blanco dove soccorse e sfamò i primi sette orfanelli tolti alla strada e alla miseria.

Durante la persecuzione religiosa del 1955 tornò a Buenos Aires, si trasferì nel seminario minore di Villa Udaondo per seguire i seminaristi e fare ‘giri vocazionali’ per sostenere il Seminario. In quest’opera a cui si dedicò nel 1956 trovò ostacoli da parte di un sacerdote diocesano che gli causò il rimprovero del vescovo, prima suo sostenitore. Questi avvenimenti causarono in P. Azzarelli un profondo dolore a cui seguì la malattia: una paralisi colpì la parte sinistra del corpo. Si riprese e partì per Cordoba nel 1959 dedicandosi sempre alle missioni per un raggio di duecento chilometri. Dopo una parentesi in Italia (1967-’69), per curare una paralisi vocale, nel novembre ’69 tornò in Argentina guarito. Nel marzo del ’70 giunse nella missione di Fiambalà, zona vasta come tutto il Piemonte comprendente il deserto di Tinogasta e una fertile pianura solcata da un fiume. Per due anni si dedicò a sfamare i bambini delle scuole di ‘Las papas’ finché non provvide il governo. Riuscì a far costruire due scuole nel 1973 nella zona di San Bonaventura e di Rio Grande. Nel 1971 comincia la costruzione della chiesa di N. S. di Fatima. Nel 1978 acquista la casa per avviare una ‘scuola di arte’ e gli uffici auspicati dal Rettor Maggiore, P. Otello Ponzanelli, avviando anche i corsi per muratori, idraulici, elettricisti, di filatura e tessitura. Di queste iniziative ne parlò anche la stampa argentina.

Dopo un breve soggiorno a Torino, P. Azzarelli tornò in Argentina dove morì il 24 maggio 1994, all’età di 74 anni e 3 mesi, poco prima del 50° anniversario di sacerdozio.

Ci lascia la sua testimonianza di fede e generosità al servizio del popolo di Dio, soprattutto dei più piccoli e dei poveri.