Nato a Tassullo (Trento), l’8 ottobre 1884, fece ingresso a Giaveno, il 5 aprile 1897. La vestizione ebbe luogo a Pinerolo il 2 febbraio 1903; la professione temporanea risale al 1904, quella perpetua al 19 marzo 1907 a Pinerolo. Fu ordinato sacerdote a Chiavari il 22 dicembre 1907. Morì a Pinerolo il 19 novembre 1964 all’età di 80 anni; è sepolto nel cimitero di Pinerolo, nella tomba della Congregazione.
È il primo Oblato venuto dal Trentino – che all’ora faceva parte del Tirolo, Austria – iniziando così la lunga serie di padri Oblati provenienti da quella terra. Di famiglia povera, era stato ricoverato al Cottolengo di Torino. P. Gastaldi, che stava scrivendo la vita del Cottolengo, chiese che il ragazzo potesse continuare gli studi a Giaveno tra noi, e così il Kerschbaumer si fece Oblato. I primi quattro anni di sacerdozio li passò a Chiavari, direttore del nostro collegio di aspiranti appena iniziato. Scoppiata la prima guerra mondiale, si trovò tagliato fuori dal resto della Congregazione, ma nel Trentino continuò il suo apostolato, lasciando ovunque passò un grato ricordo di sé. Dopo la guerra fu trasferito a Pinerolo, dove rimase praticamente tutta la vita, per quasi mezzo secolo, fino alla morte. Ricoprì diverse cariche: Maestro dei novizi (per 20 anni), Prefetto di chierici, Consultore generale, Rettore della casa. Di intelligenza limitata e di salute sempre malferma, era di una profonda pietà, tanto che era ricercatissimo dal clero come confessore e direttore spirituale. Il suo ricordo è ancora vivo nella popolazione di Pinerolo.
Bibl. ‘Eco del Chisone’, settimanale cattolico di Pinerolo, 58 (1964), 28 novembre, 3-4, necrologio di G. M. (padre Giovanni Mannini OMV).
“L’Oblato” del 1 aprile 1965 scriveva di lui: “E così il nostro carissimo Padre Ferdinando ci ha lasciati. Pronto all’obbedienza, ha risposto alla chiamata del Signore, come aveva risposto prontamente a un’altra chiamata, in quel lontano 5 aprile del 1897.
Ma allora era chiamato a una vita di rinuncia e di sacrificio. Era chiamato a lasciare la mamma vedova, a lasciare il suo paese di Tassullo, i suoi monti del Trentino, a recarsi lontano, lontano… a Torino, e precisamente a Giaveno, in un collegio di recente fondazione, attrezzato in modo primitivo, e diretto con grande cuore, sì, ma con rigida disciplina.
Invece, il 19 novembre scorso (1964) è stato chiamato a riceverer il premio che Gesù tiene preparato ai servi buoni e fedeli, come dice il Vangelo. E ora ci piace pensare il buon Padre presso il trono dell’Altissimo, immerso nel gaudio del suo Signore, con la Madonna, gli Angeli, i Santi e i tanti confratelli che l’hanno preceduto. Questo pensiero consolante attenua di molto la tristezza per la sua scomparsa, e spinge più a godere della sua felicità che a soffrire della nostra privazione; tanto più che siamo sicuri che egli è sempre con noi, ci assiste come sanno e possono fare i beati del cielo. E continua a restare con noi con gli esempi delle sue virtù, del suo lavoro, dei suoi insegnamenti, e anche con le stesse opere materiali che è riuscito a portare a termine nella sua cara Pinerolo.
Esaminando lo svolgersi della sua vita, si scopre che è stato un caratteristico e docile strumento nelle mani della Provvidenza per l’incremento della nostra Congregazione. La stessa origine della sua vocazione ha qualcosa di particolare.
Anche allora c’erano in Trentino tante case e collegi per aspiranti religiosi, ben più vicini che Torino e non c’era davvero bisogno di andare tanto lontano. Invece che cosa avvenne? Ecco!
Una ragazza del paese era andata suora nel Cottolengo a Torino, e, combinazione, uno dei nostri Padri Oblati era confessore della comunità delle Suore. Come sia stato o non sia stato, il fatto è che le relazioni epistolari della religiosa col suo parroco don Borghesi, il desiderio del piccolo Ferdinando di farsi sacerdote e religioso di quelli con la fascia e il ministero del Padre oblato si incontrarono, si intrecciarono e il risultato fu che il 3 aprile 1897 il ragazzino, insieme con un altro compaesano, dello stesso don Borghesi fu condotto a Torino.
A Giaveno il fanciullo di montagna ha certo provato difficoltà e lotte, proprie più o meno di qualunque aspirante religioso.
Certo era abituato alle privazioni e ai disagi d’una povera famiglia di campagna, priva per di più del padre; però era libero di scorazzare per i prati e per i boschi, rallegrati dal canto degli uccelli e ricchi di fiori selvatici. Pertanto

