Intelligenza artificiale e social network

Riflessioni antropologiche e spirituali sulla preghiera.

P. Carlo Casalone, SJ.

USG – Novembre 2025

La rivoluzione digitale induce un nuovo contesto in cui si svolge la nostra esistenza come persone, come comunità e come famiglia umana.

La tecnologia non è mai stata, e tanto meno lo è ora, un semplice insieme di strumenti, ma un ambiente mentale, culturale, spirituale. Alcuni filosofi la chiamano infosfera, per dire che è come l’aria che respiriamo, il codice che struttura il nostro modo di pensare e di credere, un ecosistema che trasforma le pratiche sociali e incide sui nostri desideri e sulle nostre visioni del mondo. Non possiamo quindi pensare solo come se si trattasse di un nuovo insieme di strumenti – che possiamo considerare e valutare in base alle prestazioni che forniscono. È quello che diciamo quando si afferma la non neutralità degli artefatti (cfr Francesco: artefatti sociotecnici).

Comprensione del mondo è sempre anche al contempo auto-comprensione, anche nelle scoperte scientifiche, figuriamoci in quelle tecnologiche (ormai sempre più collegate alla scienza).

Non è solo di strumenti che abbiamo a disposizione per comunicare un messaggio, anche come credenti

  • 10 giugno 2023, nella chiesa luterana della cittadina bavarese di Fürth è stato recitato il primo sermone non da un predicatore in carne e ossa ma dall’intelligenza artificiale di ChatGpt.
  • 2024, deus in machina, installazione di un Gesù digitale nella confessionale di una chiesa di lucerna: obiettivo dichiarato stimolare il dialogo spirituale ed esplorare l’intersezione tra tecnologia e spiritualità, generando riflessioni sul futuro della fede nell’era digitale.

Di cui il titolo è molto eloquente: una mediazione di Dio all’interno della macchina, che quindi gli da forma e ne permette la manifestazione…

  • ma anche in giappone androide predicatore di nome Mindar in un tempio di Kyoto.

Il Sinodo si posto il problema e ha stabilito un gruppo di lavoro sulla missione nel mondo digitale, nella consapevolezza più o meno condivisa che in questo ecosistema, non possiamo, neanche come credenti limitarci a “usare” i mezzi tecnici per comunicare un messaggio, usare le app per dire la liturgia delle ore, leggendo dallo smartphone…

Come cambia il mondo in cui preghiamo, come cambiano coloro che pregano in questo mondo

Quali risorse mette a disposizione la preghiera per questo: si deve discernere che cosa accade all’anima quando ‘attraversa’ la macchina.

Ricordo che nel 1964, Paolo VI rivolgendosi al Centro di Automazione dell’Aloisianum di Gallarate diretto dai gesuiti pronunciò alcune parole di una bellezza straordinaria. Il Centro stava elaborando l’analisi elettronica alla Summa Theologiae di San Tommaso index thomisticus. Disse: «Occorre essere consapevoli di come il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale; e quanto più il cervello spirituale si esprime nel linguaggio suo proprio, ch’è il pensiero, tanto più il cervello meccanico sembra felice d’essere alle sue dipendenze».

E proseguiva Paolo VI: «questo sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali è innalzato ad un servizio che tocca il sacro!».

Il timore dei nostri giorni è che, alla fine, con l’intelligenza artificiale, accada però esattamente il contrario: che si infonda nel cervello spirituale il riflesso degli strumenti meccanici, a tal punto che il cervello spirituale si ponga alle dipendenze di quello meccanico e ne prenda la forma e i processi. Quale sarà l’umanità di quelle persone il cui modo di pensare è in fase di «mutazione» a causa del loro relazionarsi con l’intelligenza artificiale? In un tempo come il nostro di trasformazioni epocali, la questione vera non è se l’intelligenza artificiale potrà diventare umana, ma se l’intelligenza umana potrà «rimanere» umana.

In che senso? Come potremmo descrivere l’intelligenza umana nella sua differenza rispetto al funzionamento della macchina?

Attività dell’intelligenza umana che conduce a due tipi di conoscenza (pensare umano si sviluppa su due versanti):

  • fondata sui contenuti cognitivi come concetti, nozioni, rappresentazioni astratte del reale, che lavora con rappresentazioni astratti del reale, linguaggi formali che cercano di ricostruire un doppio di aspetti del mondo (modelli che unificano i dati che possiamo raccogliere con l’osservazione empirica) es. gemelli digitali in medicina (utilissimo per valutare gli effetti di un intervento chirurgico complesso o di un trattamento farmacologico innovativo) basato su analisi e deduzione (o anche su inferenze statistiche) – inter legere sono quindi modelli che replicano la realtà e funzionano per se stessi, con un certo grado di automatismo, estraendo da grandi quantità di dati delle costanti e regolarità per fornire delle previsioni del futuro. Più potente delle nostre facoltà di calcolo e di trattamento dei dati.
  • ma questa conoscenza è inefficace in alcuni aspetti della realtà: fenomeni contingenti, eventi singolari, per es. la storia è l’ambito di queste situazioni, in caso siano implicati le persone la cui intenzionalità sfugge in gran parte all’analisi formale e concettuale. Non si tratta di mettere a distanza il mondo ma aderirvi, anzi meglio ancora di abitarlo, cioè di riconoscersi in contatto e immersi nel mondo già dato, che ci precede e rispetto al quale viviamo degli affetti, delle emozioni, appunto dei vissuti.

Del resto: La fede cristiana afferma proprio l’imprevedibile agire dello Spirito negli eventi. Il Dio di Abramo, di Mosè, di Gesù Cristo, non è un principio di ordine (calcolabile con l’ordinateur o ordenador), ma un evento di libertà. La Rivelazione non è un algoritmo, ma una storia. L’Incarnazione non è un calcolo che ottimizza le risorse, ma un eccesso: un’iniziativa unilaterale di uscita da sé per incontrare l’altro, e rendersi solidale nella sua condizione di difficoltà e schiavitù.

Quando la tecnologia pretende di colmare ogni distanza e di saturare ogni domanda, la fede ricorda che l’uomo vive di alterità, di relazione con l’Invisibile. La teologia, dunque, è chiamata non a demonizzare la tecnica, ma a custodire la differenza tra ciò che funziona e ciò che vive. La tradizione cristiana invita a leggere la tecnica alla luce della vocazione creaturale. Se Dio ha affidato all’uomo il compito di “coltivare e custodire”, la tecnologia è parte di questo mandato. Ma la custodia implica discernimento. Non tutto ciò che possiamo fare coincide con ciò che è bene fare. Il progresso, quando si separa dal senso, diventa caricatura della creazione.

È ciò che papa Francesco chiamava “paradigma tecnocratico” (LS 101: «un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla»). : una logica che non si limita a usare gli strumenti, ma assume la loro razionalità come misura del reale. La teologia, in questa prospettiva, è chiamata a un duplice movimento: da una parte, comprendere la tecnologia come parte costitutiva e irrinunciabile dell’economia della creazione; dall’altra, denunciare ogni riduzione dell’umano a funzione.

Interpretante perché ha a che fare con il senso che noi riceviamo ed elaboriamo a partire dall’esperienza. Intus legere (Cfr esprit de géometrie, contenuti cogniviti e calcolo strumentale, et esprit de finesse, esperienza vissuta da cui parte l’elaborazione riflessa)

IA valorizza unilateralmente il primo tipo e rischia di oscurare il secondo. L’occultazione volontaria e ideologica (magari anche per omissione) di una componente del pensiero qualificante la specificità la mente o lo spirito umano è il punto fondamentale dell’etica dell’AI.

«Parlare di tecnologia è parlare di cosa significhi essere umani», aveva affermato Francesco parlando al 50° vertice del G7 nel 2024. E dunque porre la questione tecnologica è porre una questione naturalmente spirituale.

Custodire questa differenza non è facile, perché il mondo digitale ha una potente forza attrattiva e fascino: benefici operativi, vantaggi e gratificazione soddisfacente (colonizzazione libidinale la nostra percezione immediata – anche dal punto di vista neurofisiologico si sa che social media e dispositivi digitali alterano il normale funzionamento dei circuiti dopaminergici. La questione è cruciale, rilevando che la dopamina è il neurotrasmettitore che presiede i processi legati al sistema ricompensa/punizione ed ha un ruolo determinante nello strutturare le dipendenze [1].

[1] Cfr. A. Lembke, L’era della dopamine, Macerata, Roi Edizioni, 2022.

 

Certo fa parte dell’umano anche quella, algoritmi sono prodotti dell’umano e nuove tecnologie vanno apprezzate, ma il punto è che non sono l’unica via per cui l’umano apprende il mondo. Occorre esserne coscienti e responsabili.

Mentre esse si interpongono in modo pervasivo nel nostro modo di accedere al mondo: il rischio è che quando questa mediazione si sarà definitivamente imposta la mente umana sarà colonizzata, resa dipendente e messa sotto tutela. Ne stiamo già vedendo gli inizi, giorno dopo giorno: incitati da ogni parte ad affidarci alle macchine per un numero sempre maggiore di azioni quotidiane, ci siamo adagiati senza sosta in una dipendenza unilaterale dalla tecnologia, che si sta imponendo in maniera strisciante.

Soffermiamoci un attimo su questa pervasività per rendercene conto: al giorno d’oggi non è possibile fare nulla senza creare un profilo, ottenere codici e creare password: azioni identificative obbligatorie che presuppongono a loro volta l’acquisto di dispositivi, l’approvazione delle condizioni generali, l’accettazione di una licenza d’uso e l’abbonamento con un operatore. Solo una volta soddisfatti questi requisiti, l’azione prevista potrà avere luogo, ma anch’essa dovrà essere eseguita secondo processi sviluppati da altri – compilazione di caselle preformattate, comunicazione di informazioni, un clic sull’area indicata ecc. L’uso obbligatorio della tecnologia digitale ha quindi due facce: la prima (del tutto inedita nella storia della tecnologia) è l’identificazione preventiva dell’utente, la seconda è la sottomissione indiscussa alla procedura imposta dall’applicazione. D’ora in poi, per compiere un’azione e raggiungere il proprio obiettivo, l’uomo dovrà prima obbedire alle macchine (anche se queste macchine sono un artefatto umano): un fatto antropologico importante!

Il rapporto con la tecnologia si sta gradualmente sostituendo in un nuovo modo al rapporto vissuto con il mondo. Come può questa obbedienza imposta non avere effetti sulla vita della mente? Perché la mente è ciò che ci collega al mondo. Cioè quell’esercizio di intelligenza e di conoscenza che non è solo calcolante e strumentale. È tutto ciò che ci permette di entrare in contatto con la realtà in cui viviamo, sia essa passata, presente o futura, sia essa fisica, sociale, simbolica, psichica, cioè l’interiorità.

Nella filosofia della mente, c’è stato un continuo dibattito su quale sia la caratteristica costitutiva o distintiva ultima degli stati mentali rispetto agli stati fisici: coscienza di sé? Rappresentazioni? Intenzionalità? Esperienza vissuta? Ma in ogni caso possiamo accordarci nel parlare della mente, intesa non come luogo speciale (un «teatro interiore»), né una sostanza particolare (immateriale) né un insieme di disposizioni o funzioni); ma appunto come la modalità propria dell’umano di entrare in relazione con il mondo, e questa è la sua realtà primaria, anche se non è un organo in alcun senso biologicamente identificabile.

Quali minacce?

Ne indico due a titolo di esempio, che ritengo particolarmente rilevanti per la vita nello spirito e la preghiera – meditazione – raccoglimento

Erosione della fiducia – pur basandosi sulla fiducia (AI affidabile – trustworthy) Esaminando con maggiore attenzione il modo di procedere della scienza, si è giunti a riconoscere l’importanza del ruolo che vi gioca la «fiducia». E questa è una scoperta che va affermandosi nel mondo scientifico di grande interesse che ci permette di rivedere i rapporti tra fede e ragione. Ci si sta rendendo conto che proprio nella scienza, che sembra il dominio della dimostrazione empirica e che quindi attraverso il controllo sperimentale consente di estromettere ogni affidamento, non si può in realtà procedere se non fidandosi. Anche senza invocare i limiti del sapere sperimentale, che comunque “nulla sa del senso di tutte le cose; manca dunque di cogliere il rapporto tra tutte le cose e il soggetto che se ne occupa” (Angelini, 124). Su questo punto hanno dato un contributo determinante gli studi sulla scienza che la considerano come una pratica e non solo come insieme di teorie e di contenuti cognitivi: un esame di quanto concretamente accade nell’attività scientifica evidenzia l’insufficienza di una visione che contrappone fede (o fiducia) [1] e ragione. Cioè l’abituale dualismo secondo cui esse vengono considerate in un rapporto di reciproca esclusione non rende conto del modo effettivo con cui i saperi sperimentali producono i loro risultati (né del resto di come interagiscono con l’opinione pubblica e la società civile).

[1] Usiamo i termini fede-fiducia-credere nelle accezioni generiche del linguaggio comune

 

La questione della fiducia va a toccare uno dei cardini fondamentali della pretesa di controllo (volontarista o della sovranità della volontà) e di autodeterminazione della nostra epoca (almeno in Occidente), perché introduce au coeur de l’action humaine un élément structurel [indisponibile] qui ne dépendait pas de la volonté, à savoir les attentes de comportement dell’altro-altri, non solo persone ma anche elementi del mondo fisico e biologico, lesquelles sont indissolublement liées à notre relation pratique au monde.

Senza fiducia neanche la scienza funziona. E da una parte il mondo digitale tende a diminuire gli spazi di fiducia mettendo tutto sotto controllo (venendo qui ho usato googlemap e non ho chiesto a nessuno). Eppure : trustworthy AI (come anche cfr vaccini in pandemia). Come del resto ogni altra relazione anche istituita: e oggi la sfiducia dilaga. Si tratta di prendere consapevolezza di questa nuova opportunità di riconoscerne l’importanza, di mostrarne la ragionevolezza e la fede come una forma di sapere che può essere elaborato a partire da questa esperienza fondamentale di reciproco affidamento.

perdere capacità di attenzione e memoria, che sono funzioni esecutive fondamentali di una identità psichicamente sana. Perdere attenzione e memoria significa perdere capacità di connessione interiore, caratterizzando la propria vita psichica in forma di continua frammentazione, parcellizzazione causata dalla iperstimolazione: più aumentano gli stimoli, più diminuisce la nostra capacità di selezionarli [1]. Distracted minds, così ci descrivono Gazzaley e Rosey [2] e così illustra assai bene Annamaria Testa il rischio di stemperamento di Intelligenza Umana:

[1] Cfr. L. Iotti, 8 secondi. Viaggio nell’era della distrazione, Milano, Il Saggiatore, 2020.

[2] Cfr. A. Gazzaley, L.D. Rosey, Distracted mind: Cervelli antichi in un mondo ipertecnologizzato, Milano, Franco Angeli, 2018.

 

“L’attenzione è una risorsa preziosa e scarsa. Bisogna sapere che tutti gli stimoli sono in competizione tra loro per catturarla. A vincere non sono necessariamente gli stimoli più rilevanti per noi, ma i più sorprendenti, o più gratificanti, o quelli che portano con sé un’emozione così intensa da essere irresistibile. E le più potenti tra le emozioni sono quelle negative e ancestrali, connesse all’istinto di sopravvivenza: la rabbia che ci incita all’attacco, la paura che ci spinge alla fuga, il disgusto.

Quando troppi stimoli distolgono costantemente l’attenzione, questa si sfuoca, si riduce e si frammenta. Così, diventa più difficile selezionare, elaborare e gestire le informazioni. Più difficile capire e formarsi opinioni e convinzioni motivate. E diventa più difficile fare scelte e attivare comportamenti sensati. Se nella nostra mente c’è un caos ansiogeno di dati sfuocati, irrilevanti o fuorvianti, anche le nostre scelte saranno fuorviate.” [1].

“Gratificazione, assuefazione, polarizzazione infelicità: (…) in rete gli algoritmi promuovono i contenuti più affini all’obiettivo di massimizzare i ricavi: sono quelli che prolungano la permanenza e creano assuefazione perché offrono una gratificazione immediata. Soddisfano l’utente perché confermano le sue opinioni preesistenti, e così lo isolano in una bolla informativa inquinata dal pregiudizio. Oppure sono i discorsi d’odio che fanno leva su rabbia, invidia sociale e rivalsa.

O sono complottismo e fake news che fanno leva sulla paura. E pazienza se queste emozioni sono divisive e tossiche. Oppure si tratta di forme elementari e quasi ipnotiche di intrattenimento. Una ricerca del MIT dimostra (Vosoughi, Roy, Aral 2018 – ndR.) che in rete le notizie false viaggiano più veloci, vanno più in profondità e si diffondono molto più (fino a dieci volte tanto) delle notizie vere.

In tutti questi modi la rete accresce la polarizzazione degli utenti e la loro ansia, il loro narcisismo, la loro frustrazione, la loro infelicità, la loro permeabilità a qualsiasi sciocchezza e naturalmente la loro dipendenza. Oggi, nel mondo, in media le persone si collegano a internet per sei ore e mezza ogni giorno. È circa il 40 per cento della loro vita da sveglie. Più di un terzo di questo tempo è speso sulle piattaforme social.” [2]

[1] A. Testa, Comunicazione: mercato dell’attenzione & fake, in https://nuovoeutile.it/comunicazione-oggi-i-rischi-e-le-sfide-per-tutti/, 2024.

[2] A. Testa, Comunicazione: mercato dell’attenzione & fake, cit.

Rivolgendosi a noi come esseri libidinali, il sistema digitale si basa proprio sul trattamento libidinale delle informazioni che ci invia, cioè su una risposta sempre orientata al più comodo, al più soddisfacente, al più pratico. L’unica condizione per entrare in questo sistema generalizzato di soddisfazione è affidarsi alla macchina. È questo l’automatismo che alimenta l’intero sistema, l’automatismo di tutti gli automatismi: l’automatismo fondamentale della mente che consiste nel rivolgersi alla macchina per risolvere i propri problemi, rispondere alle proprie domande, soddisfare i propri desideri.

Delega e deresponsabilizzazione delle scelte, perché avendo costruito macchine – robot che hanno una loro forma di agentività scarichiamo su di loro la responsabilità che è nostra.

Quali risorse o almeno quali accorgimenti? Come la preghiera può essere elemento fondamentale del “rimanere umano” dell’uomo. Quali punti accentuare:

  • Andare alla radice dell’esperienza spirituale, che è sullo sfondo di ogni esperienza religiosa e che provo a evocare per accenni riferendomi a una frase di s. Agostino in un commento al Vangelo di san Giovanni: «Quid tam tuum quam tu, quid tam non tuum quam tu?». «[…] che cos’è tanto tuo quanto tu stesso? E che cos’è tanto meno tuo quanto tu stesso […]?» Uno degli aspetti meno circoscrivibili e meno contenibili in qualunque tentativo di spiegazione o dimostrazione dell’es si individua in questa paradossale presenza/assenza di noi a noi stessi. Partendo dalla mirabile riflessione di Agostino, possiamo accennare come tale modalità d’essere pur all’interno di una formulazione teologica cristiana può essere anche letta come appartenente all’esperienza propria di tutti gli esseri umani – in cui l’uomo sembra giungere ad interrogare se stesso oltre se stesso. Qui si coglie come ogni iniziativa umana non può esprimersi se non su un momento fondamentale di passività a cui è sempre connessa, in cui ci si riconosce sorprendentemente affidati a se stessi: il corpo vissuto è l’esperienza più immediata, che ci permette una prima percezione dell’alterità (perché è al contempo nostro e oltre noi stessi) sono – ho, tramite il corpo sono inserito nell’esperienza del mondo in modo di cui non dispongo (da accogliere e accettare passivamente – alterità e limite) ma anche è il luogo della mia azione libera. Mondo virtuale cortocircuita facilmente il corpo da riabilitare nella preghiera (pellegrinaggi, forme di coinvolgimento del corpo…)
  • Il desiderio – il corpo è desiderante
  • Il discernimento

Riconoscimento dell’operare di Dio nella storia personale e comunitaria: primo luogo di esercizio della responsabilità. Non possiamo dirigere il vento, ma possiamo orientare la vele. Consapevolezza e distinzione delle voci che ci abitano – conversazione nello spirito. Esame della coscienza.

  • La contemplazione (intesa come consapevolezza di quanto è più)
  • Martini ne ha fatto il portale d’ingresso e la chiave di lettura di tutto il suo ministero episcopale, fin dalla sua prima celebre lettera pastorale intitolata: La dimensione contemplativa della vita [1]. La lettera ebbe una grande risonanza, anzitutto perché vi si parla di contemplazione in riferimento alla vita, senza ulteriori specificazioni: tutta la vita e la vita di tutti, non solo dei cristiani o dei credenti. Viene così sottolineata la forma originariamente contemplabile dell’esistenza, in tutti i suoi aspetti. Gli umani sono capaci di contemplazione poiché sono le forze e le forme della vita stessa a richiederlo e a favorirlo.

Pertanto, il contemplare viene presentato come l’accesso normale all’essere al mondo. Ne risulta che l’assenza di contemplazione non è una mancanza marginale e accessoria, ma una

  • vera e propria menomazione che la persona si procura. Perciò, se chi detiene responsabilità economiche, politiche, sociali, culturali, non solo ecclesiali trascura la propria – o intralcia l’altrui – contemplazione assume un atteggiamento contrario alla vita nella sua autenticità.
  • Inoltre, la lettera ebbe un forte impatto perché rivolta agli abitanti di una regione rinomata per la sua dinamica laboriosità e operosa solerzia, anche in campo ecclesiale e pastorale. Proprio in questo contesto, l’arcivescovo insiste sulla necessità di «qualche momento di quiete» e di distacco, di pause di riflessione e di contemplazione, poiché «l’ansia della vita — e l’accelerazione delle nuove tech, e l’obbedienza alle forme dell’AI –, non sono la legge suprema, non è una condanna inevitabile» [1]. Pertanto, per accedere alla vita in quanto contemplabile, occorre potersi sporgere dall’incalzare del flusso degli eventi e interrompere la pressione che lo determina, vincendo anche la paura e lo spaesamento che il silenzio – vuoto suscitano. Senza momenti di pausa e di sospensione dell’operare – potremmo dire: senza sabato – l’agire si trasforma in attivismo fabbrile e la vita si lascia prendere dall’ansia, fino allo smarrimento del senso del limite e della realtà.
  • Per questo Martini scrive che, anzitutto, «la preghiera è percezione della realtà» [2], è la modalità più radicale di accedervi, intuendone e conoscendone le dimensioni più profonde. È questa la via per cercare e trovare Dio presente e all’opera in tutte le cose, e per divenire contemplativo anche nell’azione (simul in actione contemplativus) [3]. Senza farne artificiosamente scomparire l’attrito, la contemplazione mantiene tenacemente il collegamento tra parzialità delle esperienze e dei fenomeni vissuti nel tempo e orizzonte complessivo della giustizia del Regno di Dio e dei fini ultimi. È questa tensione, spesso travagliata, che conferisce alle scelte e all’agire del credente, anche nella sfera politica, quella capacità di trasformazione del mondo che testimonia la presenza attiva dello Spirito [4].
  • Pure la cura e la riverenza nei confronti della Bibbia e dell’eucaristia sono animate da questa stessa dinamica di accesso alla realtà. Un percorso che non può lasciare da parte il riconoscimento che ogni soggetto umano è chiamato ad avere di sé stesso, della propria singolare realtà, sempre costitutivamente inscritta nella comunità dei fratelli e delle sorelle: «la preghiera è, in qualche modo, l’essere stesso dell’uomo che si pone in trasparenza alla luce di Dio, si riconosce per quello che è e, riconoscendosi, riconosce la grandezza di Dio, la sua santità, il suo amore, la sua volontà di misericordia»[5]. Se la contemplazione scaturita dalla Parola e dall’eucaristia non includesse anche l’ascolto di sé, sarebbe una fuga dalla realtà.

[1] Ibidem, n. 7. Le espressioni riportate ricorrono in diversi paragrafi (cf nn. 1.3.6).

[2] Ibidem, n. 11.

[3] Cfr. A. Witwer, «Contemplativo en la acción», in Grupo de Espiridualidad Ignaciana (ed.), Diccionario de Espiridualidad Ignaciana, cit., pp. 457-465.

[4] Cfr. C.M. Martini, Coscienza contemplativa e azione civile, cit., p. 393

[5] Id., La dimensione contemplativa della vita, cit., n. 11.

[1] C. M. Martini, La dimensione contemplativa della vita, cit.

  • Il raccoglimento silenzioso che consente di divenire attenti a sé stessi non è ripiegamento solipsistico dell’Io né riduzionismo psicologico né sterile monologo, ma via di accesso alla consapevolezza di essere la prima parola che Dio rivolge personalmente a ciascuno. «Stare solo con se stesso non è un momento di relax dalle fatiche, o la condizione esterna favorevole alla preghiera, ma è già preghiera, poiché consente di rimanere in ascolto di quella prima parola che il Padre ha rivolto una volta per tutte solo a me: me stesso» [1]. Il cammino perché ciascuno possa riconoscersi e accogliersi come Parola unica affidata a sé stesso, in quanto «mistero sempre singolare e singolarmente inedito, non sommabile, non raffrontabile»[2] trova sostegno e profondità nella sequela del Signore Gesù, che si comunica attraverso la Parola e la reale presenza nell’eucaristia. Nulla della vicenda intricata e travagliata della storia né della complessità vissuta nel proprio corpo, con cui il Signore si è reso solidale, viene escluso da questo percorso.
  • La relazione e vita comunitaria: preghiera non solo personale, ma apostolica e condivisa, come anche il discernimento

Dispositivi tecnologici come luoghi di preghiera e materia di contemplazione: collocarli nella loro giusta prospettiva in quanto dispositivi e in quanto modalità di gestione da includere in un orizzonte di saggezza-discernimento non idolatrico…

[1] G.C. Pagazzi, La dimensione contemplativa della vita. A quarant’anni dalla prima lettera pastorale dell’arcivescovo Carlo Maria Martini, in «Rivista del Clero», 3, 2020, pp. 640-647, qui p. 644. Da questo testo abbiamo tratto diversi spunti sul tema della contemplazione.

[2] C. M. Martini, La dimensione contemplativa della vita, n. 12.

 

Cura dell’interiorità

Pertanto, non basta fermarsi ai contenuti del conoscere, del volere e dell’amare, ma per cogliere pienamente la portata della dinamica interiore occorre che la persona sia consapevole di sé nel corso dello svolgersi stesso di tali processi. Il primato della coscienza nel suo senso più profondo, non intimistico ma sempre in relazione con il mondo e con gli altri, si dispiega pertanto quando il soggetto arriva ad appropriarsi dei percorsi grazie ai quali giunge a conoscere, volere e amare[1]. Il soggetto umano è in un cammino di crescita continua, in un dinamismo intenzionale di sempre più consapevole percezione della propria articolata interiorità, che gli permette di correggersi e di agire con coraggio, autenticità e responsabilità.

Il cardinale aveva quindi una chiara cognizione di questo intento formativo e lo perseguiva con programmatica lucidità: impiegando il linguaggio paolino, lo sintetizzava come cura e rafforzamento dell’«uomo interiore» (Ef 3,16), capace di cogliere il primato delle cose invisibili rispetto a quelle visibili (cfr. 2 Cor 4,16-18). Per questo, a chi gli chiedeva quale fosse il messaggio principale di Ignazio per il terzo millennio rispondeva: «Mi pare che un dato emerga su tutti gli altri: quello del valore dell’interiorità. Intendo con questo termine tutto quanto riguarda l’ambito del cuore, delle intenzioni profonde, delle decisioni che partono dal di dentro»[2].

[1] Interessante in questa luce la frase di Martini a proposito del dialogo che si svolge tra il credente e il non credente che è in noi, nell’introduzione alla Cattedra dei non credenti: «Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa. È importante l’appropriazione di questo dialogo interiore, perché permette a ciascuno di crescere nella coscienza di sé. La chiarezza e la sincerità di tale dialogo si pongono come sintomo di raggiunta maturità umana» (C.M. Martini, Introduzione, in Id., Le cattedre dei non credenti, cit., p. 6).

[2] B. O’Leary, Mistica quotidiana e cultura contemporanea: Ignazio di Loyola, «La Civiltà Cattolica», I, 2022, p. 429.