La divina chiamata

Quando Brunone ricevette la cresima nel 1772, era ormai due anni che il fratello Giuseppe era partito per diventare frate francescano. Non sappiamo quale impressione abbia lasciato nel ragazzo quella partenza… Passò qualche anno e il padre lo sognava professore di matematica, in quanto dimostrava di essere particolarmente versato in quella disciplina scolastica. Siamo nell’anno 1776, Brunone aveva diciassette anni e a quell’età ci si pone il problema della propria vocazione: «Che ci sto a fare nel mondo? Qual’è lo scopo della mia esistenza? Cosa vuole Dio da me?». L’educazione religiosa avuta con tanto scrupolo dal babbo, la percezione della transitorietà della vita – quante morti in famiglia aveva visto! Eppoi l’idea dei» pochi sono quelli che si salvano», di qui il desiderio di appartenere al «piccolo numero» dei salvati.

La preoccupazione del «piccolo numero degli eletti» era tipica della mentalità di quei tempi, in cui si respirava aria giansenista, pervasa dal più tetro rigore e dal più nero pessimismo nei riguardi della Divina Misericordia e circa i supremi destini dell’uomo…ma di ciò parleremo in seguito, perché il Venerabile Lanteri, trasformato dalla grazia divina, per mezzo del Padre Von Diessbach, gesuita della soppressione della Compagnia di Gesù, fu uno delle più significative personalità del suo tempo che combatté contro il gansenismo.

Fatto sta – saranno stati tutti questi motivi – che il giovane Brunone decise di entrare tra i certosini. Non lontano da Cuneo c’era una Certosa, quella di Chiusa di Pesio. Chiesto il consenso al padre, che così vedeva svanire tanti progetti, magari anche accademici, andò dunque in Certosa, ma il tentativo di abbracciare la vita monastica non andò in porto. Il Priore, s’accorses ubito che quel bravo e pio giovane non era fatto per quel tipo di vita religiosa. La costituzione fisica era troppo gracile per sostenere un regime di vita austero, come quello dei certosini: per questo non gli fece neanche indossare il sacro abito bianco. Dio non voleva – gli fece capire – che abbracciasse tale stato di vita. Dio lo chiamava sì alla vita consacrata, ma in altro modo e per un’altra missione. E’ pur vero, il più delle volte, «l’uomo propone e Dio dispone».

Brunone in quel tempo aveva terminato il liceo. Rientrato in famiglia, rivide un po’ la sua vita alla luce della recente esperienza trascorsa. Il pensiero di consacrarsi a Lui non lo abbandonava mai. Il tormento e l’estasi della divina vocazione era sempre lì. A questo turbamento interiore si aggiunse un mal d’occhi ostinato e ribelle, che lo costrinse a desistere da ogni altra occupazione. Fra le torture del male e il desiderio di dedicarsi tutto al Signore, Dio gli parlò al cuore e gli ispirò di farsi sacerdote secolare. D’accordo con il padre chiese al suo vescovo, quello di Mondovì di vestire l’abito sacerdotale.

La risposta – conservataci tra i documenti e recante la data del 17 settembre 1777 – giunse affermativa, perché furono riscontrate nel postulante le necessarie condizioni: «Nascita legittima, istruzione sufficiente, purezza di costumi, pio desiderio di santificarsi nello stato sacerdotale».

Il giovane che oggi intende abbracciare il sacerdozio si rivolge al Rettore del Seminario e, se accettato, deve entrarvi all’inizio dell’anno scolastico. L’abito religioso lo si indossa con la vestizione e dopo un congruo tempo, secondo le regole proprie di ciascuna diocesi. Generalmente all’inizio degli studi teologici.

Invece al tempo del Lanteri gli aspiranti al sacerdozio vestivano prima con il permesso scritto del Vescovo, l’abito ecclesiastico e poi si preparavano agli Ordini sacri frequentando gli studi di Teologia o in Seminario o in qualche Università statale. Questa possibilità comportava una certa distinzione e offriva parecchi vantaggi specialmente a quelli che avevano poca salute. Era proprio questo il caso del giovane Brunone. Perciò il padre decise di non farlo entrare in Seminario, ma di iscriverlo alla facoltà di Teologia in qualche vicina Università. In un primo tempo il dottor Lanteri pensò a Pavia. In quell’Università c’era d’altronde un professore di rinomata fama, il quale condizionava purtroppo lo sviluppo degli studi universitari in quella città e altrove. Quel professore si chiamava Pietro Tamburini (1739 – 1827) capo riconosciuto del giansenismo italiano.

Era uno studioso dalla vasta cultura, ma in filosofia parteggiava per l’illuminismo e in campo teologico era imbevuto delle dottrine di Baio, di Giansenio e di Quesnel che si adopererà a far trionfare nel celebre sinodo di Pistoia del 1786.

Ma anche in questa circostanza valse il proverbio: «l’uomo propone e Dio dispone», perché la scelta dell’università cadde su Torino. In questa città la Provvidenza gli fece incontrare un amico secondo il cuore di Dio, che – come vedremo – gli sarà guida sicura per una degna preparazione al sacerdozio: il Padre gesuita Nicolaus von Diessbach.

Bruno, dunque, avrebbe frequentato la Facoltà Teologica dell’Università di Torino in qualità di «libero uditore».

In ossequio all’Istruzione del Papa Benedetto XIV, indirizzata ai vescovi del regno Sardo-Piemontese in data 6 gennaio 1742, con la quale si prescriveva che i chierici non dimoranti in seminario dovevano iscriversi al «clero» di una chiesa con l’obbligo di far parte del personale di quella stessa chiesa, il chierico Brunone prese dimora e servizio presso la Parrocchia di S. Maria di Piazza.

Questa chiesa e situata nel centro storico di Torino. Oggi non è più parrocchia; la officiano i Padri Sacramentini, come Santuario dell’Adorazione del Santissimo Sacramento dell’Eucaristia.

Conoscendo l’animo e la coscienza delicata del giovane seminarista Brunone, possedendo una mente acuta, siamo sicuri che i pericoli che incontrò, lungo il corso della sua formazione, non riguardarono la sua condotta morale privata: il solo vero pericolo che incontrò fu quello dell’eresia giansenista, che in seguito combatterà con tanto vigore.

Già ci siamo imbattuti più di una volta con il «giansenismo» e, chi legge questa biografia, si sarà domandato più volte: «Cos’è il giansenismo?» Ecco, per rispondere, bisognerebbe impiegare più di una pagina, in quanto quest’eresia o errore contro la Verità rivelata, è un po’ complicata. Comunque basti il seguente accenno: il giansenismo fu un movimento religioso che si ispirava al libro intitolato «Augustinus» del Vescovo olandese Cornelius Jansen (1585 – 1638). Italianizzando il nome olandese Jansen viene fuori Giansenio da cui «giansenismo». La tesi di fondo sostenuta dai giansenisti consisteva nell’affermare » l’uomo non può non peccare, sicché a trarlo dal peccato deve intervenire la Grazia efficace che, senza alcun merito o cooperazione da parte dell’uomo, determini la sua volontà al bene».

Da qui nasce e si sviluppa una visione piuttosto cupa della religiosità: Via il culto dei santi. La devozione al Sacro Cuore e alla Madonna venivano osteggiate. La frequenza all’Eucaristia ridotta al lumicino. «Chi è degno di accostarsi alla Comunione?» Nella Confessione massima severità, poche assoluzioni e dopo lunghe e severe penitenze.

Nel campo degli studi è facilissimo cogliere con i buoni anche frutti cattivi, ma Maria Santissima proteggeva il giovane chierico Brunone. Tuttavia, sentiamo come andarono le cose da un testimone contemporaneo del Lanteri.

Il Padre Giuseppe Loggero, penitente del Lanteri, suo confidente e per tanti anni suo segretario, scrisse in una relazione nel 1840: «Essendo stato mandato alla Regia Università di Torino per attendere agli studi di Teologia, lo frequentava un prete per trarlo al suo partito in favore della dottrina giansenistica e a questo fine gli suggerì, lodò molto e procurò il libro sulla Frequente Comunione di M. Arnauld, di M. Nicole ed altri libri di simil fatta».

Il Lanteri riconobbe, grazie al Padre von Diessbach, «grazia singolare del Signore di essere stato illuminato a conoscerne le falsità e a fuggire da simile compagnia, e di aver così anche conosciuto la necessità di stare attaccato alla dottrina della Chiesa Cattolica Romana per non errare».

Noi oggi, essendo queste vicende tanto lontane negli anni, stentiamo parecchio a farcene un’idea. Attualmente noi, al contrario, siamo piuttosto inclini o tentati di seguire uno stile di vita lassista più che al rigorista, anche se ancora, di tal rigorismo, qualche rimasuglio rimane in certi movimenti conservatori.