Padre Raffaele Melis: un ricordo
Giorgina Ciocca
Il 1943, in Italia, è l’annus horribilis per eccellenza. Siamo in piena Guerra Mondiale.
Il 10 luglio gli Anglo-Americani sbarcano in Sicilia, conquistandola entro la fine del mese.
Il 19 luglio, Roma viene bombardata una prima volta, ad opera di bombardieri americani, con l’intento di far cadere il regime fascista che, infatti, cadrà il 25 luglio. E in quel frangente, Padre Melis è tra quelli che si prodigarono ad assistere i feriti e i moribondi, con devozione e pietà.
Con la caduta di Mussolini, tutto sembra finito, ma gli Anglo-Americani vogliono la resa senza condizioni dell’Italia e, per spingerla a firmare l’armistizio, bombardano Roma, una seconda volta, il 13 agosto 1943
Ed è in quel giorno che l’umile Padre Melis, Oblato di Maria Vergine, da sempre vicino ai suoi fedeli della parrocchia di S. Elena, proprio a pochi passi dall’epicentro della furia distruttrice delle bombe, termina la sua vita terrena, per assurgere a simbolo di umana pietà e impegno missionario fino all’estremo sacrificio. Uomo sensibile e di estrema empatia, dallo sguardo penetrante e dal fare sicuro ma mai sopra le righe, P. Melis era quell’esempio di uomo pratico e spirituale, di azione e di preghiera.
Il 13 agosto 1943, una prima ondata di bombardieri sgancia le bombe sui binari vicino a via Casilina, le bombe centrano in pieno un treno passeggeri. Dalla parrocchia di S. Elena, a pochi passi da via Casilina, P. Melis, che sente le urla dei feriti, si precipita, con l’olio santo, verso il treno sventrato dalle bombe. E lì si accosta ai feriti e ai moribondi, somministrando loro l’olio santo. E mentre conforta i feriti e accompagnava le anime dei moribondi, una seconda ondata di bombardieri colpisce di nuovo, uccidendolo. P. Melis viene trovato con l’olio santo in una mano e il pollice dell’altra mano ancora nell’atto di somministrare l’estrema unzione. Dopo una vita dedicata al suo gregge, ora aveva gliene faceva l’estremo dono. Una vita spesa a essere un sacerdote fra i suoi parrocchiani, un sacerdote fra la gente e con la gente, morendo secondo i suoi desideri: “Signore, per le anime che mi affidi, intendo offrire tutto me stesso, anche la vita se occorre”.
Melis quella sera non rincasa… I confratelli lo aspettano invano, lo cercano per due giorni negli ospedali e, alla fine, vanno al Verano, dove lo riconoscono dalla veste di Oblato, il viso sfigurato ma con un accenno di sorriso!
In tanti, successivamente, hanno reso omaggio a P. Melis, telegrammi e lettere dell’epoca lo testimoniano. P. Melis ha fatto il suo dovere, certo, ma lo ha fatto con passione, compassione e dedizione, che hanno sempre contraddistinto la sua vita di uomo e di sacerdote.
E’ stato riconosciuto Servo di Dio, ha avuto una medaglia al valore nel 1949, ma noi preghiamo perché P. Melis assurga a più alti gradi di santità, perché possa intercedere per noi, e perché la sua vita e il suo esempio di sacerdote vengano ulteriormente riconosciuti nel cammino verso la santità.
Anche se nel nostro cuore, P. Melis, santo lo è già.








