Sulla via della Iniziazione

Ormai Brunone Lanteri aveva cominciato a sperimentare il fuoco dello zelo per il Signore, ravvivato dal soffio del Diessbach, che non stava fermo un momento. Era dunque tempo di consacrarsi irrevocabilmente a Dio con l’Ordine del suddiaconato. Fedele al suo motto Tutto a Gesù per Maria, tutto a Maria per Gesù, e convinto, che la sua donazione a Dio non poteva esser meglio fatta che per le mani della sua tenera Madre celeste, volle con un atto solenne consacrarsi prima a Maria.

Tra i suoi manoscritti rimane la sua caratteristica oblazione a Maria, in un foglietto che egli stesso conservò gelosamente, fino alla morte.

Che significa questa scrittura di schiavitudine? Storicamente da dove nasce?

Si potrebbe immaginare che questa «Scrittura di schiavitudine» sia ispirata al Trattato della vera devozione alla Santa Vergine» di San Luigi Grignon de Montfort; ma, come il Santo stesso aveva profetizzato, il suo manoscritto fu smarrito e rimase ignoto sino a oltre centovent’anni dopo la sua morte, ritrovato solo nel 1842 e pubblicato nell’anno seguente. Il Lanteri era morto nel 1830. Si tratta pe rciò o di una ispirazione personale della sua devozione a Maria, o di una reminiscenza della «Consacrazione di schiavitù a Maria» in uso nelle «Congregazioni mariane di Napoli», spiegata e propugnata negli scritti ascetici di Sant’Alfonso, già noti in Piemonte a quell’epoca per opera del Diessbach .

Per meglio prepararsi alla sacra ordinazione, nel settembre del 1781 Brunone si ritirò presso i Padri dell’Oratorio di San Filippo, facendovi i Santi Esercizi. Il 22 dello stesso mese fu promosso suddiacono da Monsignor Carlo Giuseppe Marozzo, Vescovo di Fossano. Tre mesi dopo, il 22 dicembre veniva ordinato Diacono in Torino da Monsignor Giacinto Amedeo Vagnone, Abate commendatario perpetuo di San Mauro de Pulcherada.

Nel 1780 morì l’Imperatrice Maria Teresa, e le successe nel regno il figlio Francesco Giuseppe II. Finché visse Maria Teresa, Giuseppe morse il freno. Sua madre infatti riuscì a mantenerlo nei limiti della doverosa sottomissione alle leggi ecclesiastiche. Spirata la madre finalmente potè dare la stura al suo regalismo. Spalleggiato dai ministri Kaunitz e Cobenzl, volle tutto rinnovare: studi teologici, seminari, vescovadi, sacre ordinazioni, impedimenti e dispense matrimoniali, riti, feste, processioni, funerali, tanto che gli venne appioppato il soprannome di «Imperatore sacrestano».

Invano l’Arcivescovo di Vienna, il Cardinal Migazzi, aveva fatto sentire la sua voce contro un modo di agire così scandaloso, invano il Papa gli aveva scritto più volte, dopo aver richiamato il Nunzio Apostolico Monsignor Carampi: l’Imperatore, ostinato, proseguiva per la sua via. Tutto ciò determinò una pesante aria di scisma.

Allora il Santo Padre decise di andare a Vienna personalmente. Non appena si sparse la notizia della determinazione presa dal Papa, a Vienna e in altre città dell’Austria, si fecero grandi feste. Il partito regalista ne fu irritatissimo.

Un mattino dei primi giorni del 1782 il Padre Diessbach disse al diacono Brunone: «Bisogna andare a Vienna, e anche tu devi venire con me».

«Perché, cosa succede?» – gli rispose il Lanteri.

Il Padre De Diessbach allora lo informò che il Sommo Pontefice voleva raggiungere Vienna, per trattare con quello stolto dell’Imperatore Giuseppe, il quale, preso da megalomania di potere e per non essere da meno dei francesi, pretendeva anche di stabilire di qual misura dovevano essere le candele.

«I cattolici saranno capaci di unirsi, di stringersi compatti intorno al Papa, per rassicurarlo della loro obbedienza? Ecco il nostro urgente dovere: correre a Vienna. Lassù ho delle conoscenze che ci appoggeranno e ci daranno una mano a diffondere un opuscolo intitolato «Chi è il Papa?».

L’aver scelto il Lanteri per quest’impresa è senza dubbio la prova della piena fiducia che il Diessbach aveva nel giovane diacono. Da buon conoscitore di uomini era certo che il Lanteri aveva della stoffa per stargli a fianco…

E i due amici partirono per Vienna. Vi arrivarono un mese prima del Papa. E il chierico Brunone entrò nel pieno della mischia di tante idee disparate. Come spesso accade, mentre le discussioni accademiche non apportavano immediati risultati, le idee, una volta uscite dalle dispute cattedratiche, si espandevano in mille commenti e conclusioni nei salotti, nei caffè e nei circoli popolari.

Le tendenze regaliste poi avevano come strenuo sostenitore il Professor Joseph Valentin Eybel, un prete settario già scomunicato per le sue dottrine insegnate all’Università di Vienna. Senza dubbio in risposta all’opuscolo del Diessbach, pubblicò anch’egli un opuscolo dal titolo «Che cos’è il Papa?», che poi fu messo all’Indice con un documento papale nel 1786. Già il titolo suona sprezzante e beffardo, che tradotto popolarmente, suona: «Ma che cos’è ‘sto Papa? Chi pretende di essere?».

Si può dire che il nostro studente di teologia non perse tempo, nell’apprendere la dottrina sulla Chiesa, dal punto di vista teologico e da quello canonico. Anzi oltre che sui banchi di scuola l’apprese anche sul banco della vita.

L’esperienza Viennese marcherà foretmente tutta la sua vita e si rivelerà preziosa in seguito, quando dovrà affrontare i due più grandi nemici: il giansenismo, nel campo della teologia della Grazia; il regalismo o giuseppinismo, nel campo della Chiesa.

Il 22 marzo Pio VI entrò trionfalmente a Vienna, accolto da un popolo festante. Però il frutto principale che raccolse, fu quello di ravvivare in quelle popolazioni la Fede, e rafforzare la loro devozione alla Sede Apostolica.
L’Imperatore l’accolse regalmente, però rimase fermo nelle sue determinazioni…Seguitò quindi ad attuare il suo scellerato piano politico, arrivando perfino a dire: «che voleva sottrarre i suoi sudditi della autorità del Papa, e che se la rideva dei suoi fulmini».

Ma rise per poco. Nei sette anni che sopravvisse ebbe a subire vergognose sconfitte. Il turco, col quale fu in guerra, gli restituì gli insulti fatti al Pontefice, perdette le sue belle province del Brabante, vide gli altri suoi domini sconvolti e lasciò di sé una discutibile fama.

Il Diessbach avendo constatato che a Vienna c’era molto da lavorare, sentì che là Dio lo voleva. E dopo molte preghiere e con dolore si staccò dal Lanteri che rimandò a Torino con l’incarico di continuare in città e in tutto il Piemonte le opere già avviate.