Tu se’ lo mio maestro e il mio autore
Così disse Dante Alighieri, dopo aver scoperto che «la dritta via avea smarrita», quando provvidenzialmente s’incontrò con Virgilio.
Fatte le dovute distinzioni, la stessa cosa capitò al giovane Bruno. Colui che si adoperò a strappare il Lanteri dall’eresia del giansenismo e che poi esercitò la più profonda e decisiva influenza sulla sua vita di sacerdote e di fondatore della Congregazione degli Oblati di Maria Vergine, fu il Padre Nicolaus von Diessbach, gesuita, o meglio ex gesuita, residente a Torino, dopo che dal Papa Clemente XIV, su pressione di tanti Stati e Reami, venne decretata la soppressione della Compagnia di Gesù.
Chi fu questo personaggio avvolto un po’ nel mistero? Come aveva acquistato quell’affascinante potere, che tutti gli riconoscevano e che operava in quel tempo a Torino tanto bene, specialmente tra il giovane clero? Eccone un breve profilo biografico.
Nicolaus Joseph Albert von Diessbach nacque a Berna il 15 febbraio 1732 da famiglia patrizia e calvinista. Fu battezzato il 25 febbraio nella religione calvinista. A 15 anni circa si arruolò nel reggimento svizzero comandato da un suo zio, al servizio del Re di Sardegna, e vi raggiunse presto il grado di capitano. La persona intelligente volle approfondire la dottrina di Calvino, ma ben presto se ne distaccò annoiato e disgustato. Come tanti altri a quell’epoca- epoca di Voltaire e degli Enciclopedisti – era caduto anche lui nella più completa incredulità. Di animo naturalmente buono, non divenne però un propagandista antireligioso, perché pensava che la religione, inutile per lui, poteva benissimo essere buona per gli altri.
Il capitano Von Diessbach era un uomo che sapeva essere brillante in società, buon parlatore, elegante e di squisite maniere, di raffinata cultura. Mandato con la sua guarnigione a Nizza Marittima, venne accolto nelle migliori famiglie della città. E fu in una di queste, precisamente in casa del Signor Saint- Pierre, console di Spagna, che ebbe principio la sua salvezza, per mezzo di un libro che il giovane ufficiale divorò tutto e con molto gusto e ne fu tanto efficacemente illuminato che si convertì immediatamente al cattolicesimo.
Nel 1754 si recò a Torino, dove abiurò. La notizia della sua conversione si diffuse in tutta la città. Perfino il re Carlo Emanuele, informato della cosa, volle vedere il Diessbach e fu così ben impressionato della sua personalità che, non solo gli volle affidare il comando di un reggimento, ma lo incaricò anche dell’istruzione militare del figlio Vittorio Emanuele I.
Ma il capitano Diessbach non aveva dimenticato la casa del Saint-Pierre a Nizza, perché in quella famiglia era stato colpito dalle grazie di una figlia del Saint-Pierre a cui chiese la mano. Il matrimonio fu celebrato nel 1755. Tuttavia, neppure tre anni dopo, Nicolaus von Diessbach perdeva l’amatissima sposa lasciandogli una bambina in tenera età. Affranto dal dolore, ma sostenuto da una fede fortissima, affidò la figlioletta alle Suore della Visitazione di Nizza e decise di entrare nella Compagnia di Gesù.
Nel 1759 entra in noviziato dei gesuiti a Genova. Dal noviziato passa allo scolasticato per lo studio della Teologia. Il 22 settembre 1764 viene ordinato sacerdote. Aveva 32 anni.
Un mese dopo la sua ordinazione sacerdotale, su richiesta dei suoi superiori, andò a Milano dove incominciò le sue prime esperienze di gesuita. Nel 1771 da Milano passò a Torino.
Proprio in quei giorni si era scatenata contro la Compagnia una furiosa tempesta fatta di clamorosi processi contro i gesuiti di Francia, del Portogallo e della maggior parte dei paesi cattolici. Scacciati dovunque e cercando invano asilo sicuro, non restò loro che rifugiarsi negli Stati Pontifici. Ma non furono lasciati in pace neanche a Roma. Gli ambasciatori dei vari stati nemici della Compagnia di Gesù, accreditati presso lo Stato Pontificio, cominciarono a far forti pressioni sul Pontefice perché i gesuiti fossero dispersi. E il Papa Clemente XIV decretò lo scioglimento della Compagnia con il breve DOMINUS AC REDEMPTOR del 31 luglio 1773.
Paradosso della storia, i gesuiti sopravvissero negli stati del Re di Prussia, il protestante Federico II e ancor più a lungo in quelli della scismatica Caterina II, Imperatrice di tutte le Russie. Per una quarantina d’anni seguitarono ad operare segretamente e silenziosamente per la Chiesa e per la maggior gloria di Dio. «Usi obbedir tacendo e tacendo morir»: è il motto dell’Arma dei Carabinieri che ben calza allo spirito dell’Ordine fondato da Capitan Ignazio di Loyola.
La restaurazione dell’Ordine avvenne ufficialmente per opera del Papa Pio VII il 7 agosto 1814. Chi potrà capire le vicende della storia? Dio solo lo sa!
Al momento della soppressione, il Padre von Diessbach si trovava a Torino e lì vi restò. L’ammirevole è che, come tanti altri gesuiti, non si adagiò disperato, né sbraitò da ribelle contro la Chiesa. Tutt’altro. Abile parlatore, capace di predicare correttamente in tre lingue: francese, tedesco e italiano, svolse con impegno il ministero della parola a cui aggiunse l’attività di scrittore e di propagandista delle «sane dottrine» mediante la diffusione di libri ben scelti.
Capì subito quali erano i fronti su cui bisognava combattere. da una parte, l’aetismo e l’incredulità; dall’altra, il giansenismo e il regalismo statalis ta.
I suoi scritti, quasi tutti di carattere apologetico e ascetico, formano un lungo elenco nella Biblioteca della Compagnia di Gesù raccolta dal Sommervogel. Come è facile capire, egli si servì della collaborazione di molte persone e questo gli permise di fondare un pia associazione di cattolici che aveva lo scopo di diffondere la buona stampa.
Il Lanteri, venuto a Torino per gli studi universitari di Teologia, non poteva non far la conoscenza con un uomo tanto rinomato com’era ormai il Diessbach. D’altra parte, il desiderio dell’ex gesuita era di incontrarsi con i giovani studenti, perché, proprio intorno ad essi, si era accesa una guerra ideologica accanita, subdola e violenta.
L’incontro con il maestro Nicolaus – così i gesuiti della prima ora amavano chiamarsi – fu provvidenziale. Dapprima il Diessbach pensò bene a ripulire la mente e il cuore del nuovo discepolo dalle cupezze e dalle storture del giansenismo, poi, a poco a poco, lo coinvolse nella stessa prassi teologica e pastorale. A una tale scuola Bruno cambiò alcuni suoi giudizi su punti controversi delle sacre scienze, e, con questo cambiamento mentale e spirituale, cambiò anche stile e impostazione di vita.
Da buon maestro il Padre von Diessbach, non soltanto trasmetteva idee, ma faceva anche vedere come si doveva operare. Praticamente adottava il principio pedagogico del coinvolgimento teorico e pratico. Infatti ci si sente affezionati ad una istituzione, si ha spirito di appartenenza, se i soggetti collaborano attivamente per la crescita dell’istituzione o dell’ideale stes so.
Alternando sapientemente i discorsi di pietà e di scienza con le opere di zelo e di carità, egli addestrava il suo discepolo a opere più grandi nell’a vvenire. Case private, pubbliche piazze, caffè, ristoranti erano indistintamente per loro luoghi adatti per gettare tanti buoni semi e per raccogliere messe abbondante.
L’entrare dalla finestra altrui, per poi uscire dalla propria era abitualmente lo stile dei due. Conversazioni amichevoli che partivano da un po’ di tutto finivano sempre ad argomenti religiosi, buoni consigli. Esortazioni scherzose, frammezzate a qualche piccolo acquisto fra i banchi del mercato rionale, libri e fogli sapientemente dimenticati o regalati come a caso, a suggello di amicizie che parevano improvvisate, tutto serviva per la maggior gloria di Dio.
Trascorse le giornate in quelle scorribande apostoliche, e le serate in conferenze spirituali e scientifiche, nelle adunanze della Amicizia Cristiana, di cui ci occuperemo in seguito, di notte uscivano per le vie di Torino e specialmente sotto i portici di via Po, dove i poveri e gli abbandonati erano sempre numerosi, sceglievano i più miserabili, li conducevano a casa e dopo averli puliti e rifocillati, li istruivano nella religione. E se qualcuno voleva accostarsi al Sacramento della Riconciliazione, mentre il chierico Brunone preparava gli uni, il Diessbach confessava gli altri.. Partiti gli ospiti, recitavano l’Ufficio divino, poi iLl anteri medicava una gamba piagata dalle varici del venerato maestro…
Ma seguitiamo per un attimo a fissare date e avvenimenti del nostro ex gesuita, per avere un profilo di questa eminente personalità della seconda metà del settecento.
Una delle caratteristiche più notevoli del Padre Nicolaus, caratteristica che saprà trasmettere anche al discepolo Brunone, era la capacità di sapersi sempre tenere al corrente dei fatti del giorno. Leggeva con molta meticolosità le notizie dei periodici del tempo e aveva un fiuto speciale nel saper discernere, ciò che negli avvenimenti quotidiani aveva qualche rapporto con la gloria di Dio. Quando questa gloria gli sembrava in causa, non tralasciava nulla di ciò che poteva procurarla.
Nel 1782 corre a Vienna trascinandosi dietro il Lanteri, per preparare il terreno al Papa Pio VI che desiderava incontrarsi con l’imperatore Giuseppe II, sempre pronto nel tentare di maneggiare le realtà ecclesiastiche.
Rimandato Brunone Lanteri a Torino per occuparsi delle Amicizie in Piemonte, egli volle rimanere a Vienna e vi rimase fino alla morte avvenuta nel 1798.
Si può sostenere che il gruppo dell’Amicizia Cristiana, fondato in Austria dal Diessbach è stato all’origine di quel movimento letterario che fu chiamato «romanticismo austriaco». Fu lui che scoprì e sfruttò i talenti del sacerdote viennese F. Schmid, che poi diventò il confessore di San Clemente Hofbauer.
Nel 1796 al Padre Diessbach venne offerta la sede episcopale di Losanna-Ginevra, ma la rifiutò.
Due anni dopo lo troviamo a Friburgo, nella Svizzera, dove si dedicò senza risparmio all’assistenza dei feriti. Ma un giorno venne assalito da alcuni soldati francesi che lo ferirono e lo spogliarono di tutto. Riavutosi dalle ferite tornò a Vienna dove morì il 22 dicembre 1798. Il barone Joseph von Penkler, uno dei membri più attivi dell’Amicizia, ne fece seppellire il corpo nel cimitero di Maria Enzersdorf. Vicino a lui vollero riposare tutti i grandi romantici austriaci, compreso San Clemente Hofbauer.
